Questa cosa bizzarra che si chiama amore

Grazie Astoria! grazie per i tuoi piccoli ma preziosi libri. Vengo da tre settimane di convalescenza (me restano almeno altrettanto: editori fattevi avanti se volete recensioni) durante le quali ho letto molto. Cosa? In ordine sparso: il secondo volume della Saga dei Cazalet , La lettera di Kathryn Hughes , La prima verità di Simona Vinci , Eccomi di Jonathan Safran Froer , e altro che ora non ricordo. Tutti, e ciascuno a modo loro, parlano di amore. Poi finalmente ho iniziato Questa cosa bizzarra che si chiama amore di Elke Hiedenreich e Bernard Schroeder e finalmente mi sono anche divertita.

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Dico anche perché il romanzo naturalmente è molto di più del ritratto semiserio di una coppia di una certa età, più vicina alla mia di quella dei protagonisti degli altri libri. Intanto è scritto a capitoli in cui, alternandosi, Lore e Harry, come in un contraddittorio, danno la propria versione dei fatti.  E’ realistico e commovente, a tratti autobiografico. Dico così perché sono bibliotecaria come Lore, la protagonista: anch’io come lei leggo molto, vorrei che tutti leggessero, mi occupo di presentazioni di libri. A differenza di Lore non temo la pensione, anzi sono tra quelli che ci andrebbero da…diciamo ora. A differenza di Lore non ho un giardino, e quindi un marito che se ne occupi o che giochi a golf. Anche il mio non legge molto ma non per scelta, per mancanza di tempo, e si illude di farlo girandosi tra le mani quelli che settimanalmente compro. Non gioca a golf ma la domenica va allo stadio.Abbiamo però come tante coppie, e come Lore e Harry, spazi privati anche mentali, figli che abbiamo educato diversamente da come siamo stati educati noi e che da noi vogliono essere diversi (senza gli eccessi di Gloria, la loro figlia, per fortuna), malinconie, amarezze. E anche risate, in cui credo molto come collante per una coppia che voglia durare. Risate per lo più su se stessi, autoironia quindi come terapia di coppia, per accettare le imperfezioni, eventualmente correggerle, superare la vergogna per il corpo che cambia, per ridimensionare quel po’ che si perde nel vivere insieme. E che ci si ritrova alla fine un matrimonio, e di cui spesso ci si accorge solo quando la fine arriva per cause naturali. Come nel  caso dei protagonisti del romanzo. Il che mi fa pensare che sia con un po’ di rimpianto che  gli autori abbiano  deciso di scrivere questo romanzo scritto a 4 mani, dopo un matrimonio durato 20 anni. Perché  hanno tratto spunto per il titolo originale Alte Liebe da un poverbio tedesco che dice: una vecchia fiamma non muore mai.

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I Cazalet e…la cioccolata

Sto leggendo il secondo volume de La saga dei Cazalet che onestamente trovo di gran lunga più interessante del primo. I personaggi, soprattutto i bambini e ragazzi che sono i miei preferiti, manifestano una profondità di pensiero e una capacità di giudizio che fa impallidire ogni altro adulto di questa famiglia borghese. Tra le tante,  alcune riflessioni di Stella e Louise durante l’arco i tempo trascorso insieme a casa della Famiglia Rose, riguardo alla percezione dei genitori, del proprio ruolo e di quello della servitù, di molto altro che sembra non sfiorare i Cazalet. E in quel capitolo, a partire da pag. 129, sono contenute molte altre informazioni che mi hanno incuriosito, in gran parte legate al cibo e all’alimentazione che ho voluto approfondire. Sono spesso contrastanti: si va da quello più raffinato, consumato in ristoranti eleganti prima che la guerra irrompa con tutta la sua prepotenza nella vita dei protagonisti,  a quello più tipicamente british, del tempo di guerra , che costringe la Duchessa, visti i razionamenti, a trasformare le amate aiuole fiorite in orti.

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Qui vi parlerò della cioccolata, non quella in tazza che viene spesso distribuita tra i bambini Cazalet, ma della Rowntree’s Motoring Chocolate, che Stella e Louise mangiano in autobus tornando a casa dopo una giornata di shopping. La ditta Rowntree fu fu fondata nel 1862 a York diventando in breve tempo un’icona nazionale.

Acquisita dalla Nestlé nel 1988,  in’occasione dei 150 anni dalla sua fondazione,  ha diffuso una serie di immagini che testimoniano i suoi trascorsi pionieristici nel settore del marketing e anche nel rapporto con i dipendenti. Mise a loro disposizione una biblioteca, una sala da ballo, un villaggio residenziale, aule scolastiche, teatro, piscina, banca, dentista e campo sportivo. Un suo filmato promozionale del 1929 Mr  Mr York of York è il primo esempio di spot animato con suono sincronizzato.

Ma mentre molte delle sue produzioni sono divenute famosissime, il KitKats e gli Smarties ad esempio, altre sono state praticamente dimenticate. Tra queste anche la Motoring Chocolate, una barra energetica di cioccolata con frutta e mandorle,  chiamata così per richiamare la diffusione dell’automobile, un elevato stile di vita , rivolta ai guidatori, adatta a lunghi viaggi,  picnic sulla spiaggia,  che perse l’interesse del pubblico intorno agli anni ’50.

Di recente gli storici della Rowntree hanno diffuso on line una serie di immagini relative alle confezioni degli anni ’20 per aiutare i malati di demenza senile a recuperare i ricordi visto che la demenza pare riferirsi ai ricordi più recenti. L’idea è venuta ad Alex Hutchinson vista la grande richiesta che arriva dai consumatori di vecchie fotografie ed ha collaborato al progetto l’Associazione Inglese per i Malati di Alzheimer. Naturalmente compare l’etichetta della Motoring Chocolate.

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Tutto ciò mi è sembrato molto interessante perché perfettamente aderente all’idea che Elizabeth Jane Howard  ebbe quando si dedicò alla scrittura della Saga dei Cazalet: disegnare , attraverso i ricordi, l’affresco a di una grande famiglia in una grande casa, Home Place,  e dell’infanzia. La sua.

 

 

 

 

 

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Lingue ebraiche: a Quba in Azerbaijan dove parole diverse convivono.

I temi prescelti nelle ultime due edizioni della Giornata Europea della Cultura ebraica, sono stati e sono per me molto stimolanti: ponti,  attraversamenti e lingue. Non me ne sono occupata come organizzatrice ma nell’ultimo anno l’ho celebrata con visite molto pertinenti. In questo post vi parlerò del nostro viaggio in Azerbaijan che aveva, tra gli altri, lo scopo di approfondire la conoscenza degli ebrei di montagna che vivono nel Caucaso. Vivono, per quel che riguarda l’Azerbaijan, nella regione di Quba e proprio a Quba, e Oghuz, siamo stati un venerdì, alla vigilia dello Shabbat e il giorno dopo, per incontrarli.
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L’incontro era stato organizzato ed erano ad aspettarci in una delle due sale da the della parte di città che loro occupano.
Nulla a che vedere con le sale da the a cui siamo abituati noi occidentali, il che non ci ha sorpreso visto gli standard di vita del paese. Tranne che a Baku naturalmente…
Quba, per quanto riguarda i suoi abitanti, è divisa esattamente in due. Gli islamici da un lato e al di là del ponte che attraversa il fiume che divide la città , a Krasnaja Sloboda, loro, gli ebrei di montagna. Vivono lì dal VI secolo, invitati dagli imperatori persiani.
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L’Azerbaijan è uno stato laico, al 91% musulmano, in cui convivono minoranze religioni tutelate dalla Costituzione. La convivenza tra questi due gruppi religiosi è sempre stata facile, aiuta certamente il fatto che vivano in zone separate, ma quel ponte che all’inizio e alla fine è ornato da leoni dorati  sono in molti ad attraversarlo. Non si sa quante migliaia di «ebrei di montagna» vivessero nel territorio degli attuali Azerbaijan e Daghestan, quando i russi vi arrivarono all’inizio del xix secolo. Con la perestrojka, però, molti cominciarono a trasferirsi in Israele, in America, o in Germania. Ve ne sono tuttora dei nuclei a Mosca e in altre città della Russia e c’è anche una grossa comunità a Baku.
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Alla sala da thè incontriamo per lo più uomini anziani: bevono chai e giocano a backgammon. I loro figli o nipoti sono emigrati, molti di loro in Israele, altri negli USA o in Russia. Mandano denaro per consentir loro di vivere e ristrutturano case che sono decisamente in contrasto con le vecchie, povere e cadenti. Pian piano la voce della nostra presenza deve essersi diffusa perché altri anziani si avvicinano, compaiono ragazzini con la kippah sul capo, pronti per la preghiera in Sinagoga. Si avvicinano, sono curiosi, parlano inglese a stento. Parlano per lo più la loro lingua che anche la nostra guida fatica a comprendere che è un dialetto Tataro-giudaico detto Juhuri che deriva dal Persiano e Quba è uno dei pochi centri rimasti in cui viene trasmesso ai bambini. E’ un dialetto influenzato dall’arabo, ebraico e lingue vicine.   Accettano di farsi fotografare e poi ci scortano sino al Tempio. Nel nostro gruppo Mr Tower ed io siamo i soli non ebrei. Noi donne veniamo invitate ad assistere alla funzione nella sala principale, non obbligate a rimanere nel matroneo come vuole la tradizione. E’ tutto molto commovente, anche se non capiamo una parola. E’ anche molto insolito e lo è soprattutto, pare, per i ragazzini che sembrano galvanizzati dalla nostra presenza e fanno un baccano del diavolo.
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SAMSUNG CAMERA PICTURESShabbat Shalom, ci salutiamo alla fine della funzione,  stringendoci le mani e abbracciandoci. Torneremo la mattina seguente, il sabato,  per la visita del villaggio.
La mattina pioviggina, il paese è deserto. Le case, le automobili appaiono ancora più povere, se possibile. Lentamente riappaiono per le strade gli adulti, poi i ragazzi desiderosi di stupirci e alla guida di automobili per cui è ovvio non hanno la licenza. Altrettanto lentamente ma quasi ad ogni porta si affacciano le donne. Le anziane ci guardano e sorridono.
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Le più giovani dalle finestre ci fotografano con l’Ipad: siamo diventati noi l’attrazione.  Altre ci vorrebbero ospitare per un thè. Ma non c’è tempo, dobbiamo proseguire.
Andiamo al cimitero, agli ebrei è vietata al visita durante lo Shabbat. Entro io e sveglio dal loro torpore alcuni cani randagi che pare vadano lì a consumare i loro pasti in tutta tranquillità. C’è una leggera nebbia che sfuma i contorni e l’atmosfera è rarefatta, mistica. Ma ad un certo risuona chiara e netta la preghiera che proviene dal minareto della zona Islamica al di là dal ponte:  attraversa la nebbia  e interrompe quella pace.

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Un pensiero mi attraversa la mente: che ponti e attraversamenti hanno anche un significato negativo, quantomeno ambiguo e che a Quba, la voce che arriva all’altro, è solo una. Quella di chi  urla più forte.
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In busta chiusa: Lettera K -Kilometro _ Karma _ Kafka

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Mi hai chiesto di scrivere una lettera in busta chiusa. Mi conosci abbastanza  per sapere che la mia fantasia parte sempre da me stessa. Per questo ho scelto, nella mia lettera, di raccontarti una storia che è anche un po’ mia. Questa.

C’era una volta un bambino che viveva in una città di mare. Forse per questo era un sognatore, perché il suo orizzonte era l’infinito. Era un bambino solitario, gran parte della sua vita si svolgeva dentro di lui. Non amava nuotare e neppure camminare in montagna. Della campagna sapeva poco. Amava leggere e amava il teatro. Crescendo divenne Kafkiano, non per come siamo soliti intenderlo, ma appassionato dei libri dell’autore praghese, ebreo. Come premio per la sua maturità scelse Praga dove macinò kilometri su kilometri in una sorta di pellegrinaggio sui luoghi dei libri, e della vita, del giovane Franz. Fece così il suo primo viaggio di scoperta e da allora, lui che non amava il mare e la montagna, divenne camminatore di città, soprattutto della Mitteleuropa, alla cui letteratura dedicò gran parte della sua attività di lettore. Viaggiare, conoscere, ascoltare, imparare divenne il suo passatempo preferito. Lasciare luoghi ordinati e affrontare un incerto destino. E insieme ai suoi piedi camminava il suo io, inseguendo quelle parti di sé che ancora ignorava e che lo portavano a mete bellissime. Alla solitudine domestica si affiancarono i doveri sociali.   Ai viaggi come passatempo, si aggiunsero poi quelli di lavoro. Ancora nei Paesi della Mitteleuropa, in Russia, in tutta quella parte di mondo che aveva amato leggendone. Erano viaggi solitari, che nessuno voleva condividere. Lo accompagnavano il freddo, un profondo senso di isolamento e un diverso scorrere del tempo.

E c’era una bambina, che viveva in una città in collina. La campagna la conosceva quel che bastava. Avrebbe voluto, alzandosi in punta di piedi, vedere oltre le colline che limitavano il suo orizzonte . Era, anche lei, una sognatrice. Amava il mare e camminare in montagna. L’acqua era il suo elemento naturale, in cui rinascere. La montagna la spinta a crescere, a migliorarsi. Cresceva e sempre di più amava leggere. Era un modo per vivere anche vite che non erano la sua. Amava la sua solitudine popolata di personaggi di fantasia e di altrove. Fece il suo primo viaggio di scoperta per togliersi il fumo dagli occhi, alla ricerca del significato della vita. Andò in un’isola dall’altra parte del mondo, l’isola del peccato originale. Tornò con il cuore e gli occhi pieni dei sorrisi della gente e un’idea di destino: che si possa essere felici accettando quello che viene nella vita, anche il dolore. Era quello, davvero, il paese delle piacevoli scoperte mentre si cerca altro. Ma anche della rassegnazione. E della mitezza.

Un giorno il bambino di mare, ormai cresciuto, incontrò la bambina di campagna, anche lei diventata adulta. Accadde dove meno ci si aspetta di trovare quello che in quel momento non stiamo cercando, a loro che erano soprattutto alla ricerca di se stessi. Lei sentì da subito una farfalla nello stomaco. Lui rimase a guardarla mentre si allontanava in bicicletta. Da paesi a migliaia di kilometri di distanza lui scrisse sms densi di romanticismo e di malinconia. Lei a casa incominciò a cullarne l’idea, a fargli spazio dentro di sé. Quando tornò si incontrarono a una festa di popoli e paesi lontani. Da allora non si sono più lasciati. Viaggiano insieme in paesi difficili da capire: viaggiando meditano perché, lontani dal proprio mondo, sono sempre di più dentro se stessi. Lui ha incominciato ad amare il mare.   Lei, insieme a lui, ha trovato il coraggio di viaggiare anche in paesi che prima le erano sembrati così tristi da non volerli vedere. Nella città di Franz sono stati più volte. Finiscono spesso in piccoli e abbandonati cimiteri. Della loro vita, lei che amava il tutto e subito, ama la costruzione del poco alla volta, le mezze misure anche se sa di avere un futuro più breve del suo passato. Se si domandano cosa li ha fatti incontrare rispondono ancora in maniera diversa. Lui lo chiama destino. Lei lo chiama Karma.

In Busta Chiusa n. 11, un progetto di Cartaresistente
Lettera K, di Cinzia Robbiano
Illustrazione di Davide Lorenzon

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L’Isis e le fosse comuni. E l’Europa?

E’ notizia di questi giorni. Sono 72 i luoghi tra Siria e Iraq in cui sono stati uccise e sepolte in fosse comuni 15 mila persone. Persone senza nome, senza degna sepoltura, gettati con disprezzo e ricoperti di terra perché se ignori e se ne dimentichi l’esistenza. Per occultare genocidi o crimini di guerra. I satelliti ne hanno individuato altre in Burundi, confermate da filmati e testimonianze.

E’ uscito nel mese di gennaio, ma l’ho letto di recente in preparazione di un viaggio negli shtetl della Galizia, Paesaggi contaminati. Per una nuova mappa della memoria in Europa di Martin Pollack, pubblicato da Keller Editore nella collana Reportage.

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Il punto di partenza del libro è il significato e la percezione della parola “paesaggio”,da sempre per lo più evocativa di immagini idilliache, osservate da un punto di vista estetico, acritico, privo della consapevolezza dell’azione di fattori naturali e umani e della loro relazione con esso. E’ una considerazione che non tiene conto delle nuove teorie, enunciate dalla Convenzione Europea del Paesaggio, che comprendono le politiche del paesaggio, delle aspirazioni delle persone che in quel territorio vivono, della sua  tutela e della valorizzazione. Questo atteggiamento, apparentemente solo superficiale, è in realtà colpevole nel caso in cui una porzione di paesaggio sia “contaminata”. Da cosa lo spiega l’Autore

Con ciò intendo i paesaggi che furono luoghi di uccisioni di massa, eseguite però di nascosto, al riparo dagli sguardi del mondo, spesso con la massima segretezza. E dopo il massacro i colpevoli compiono tutti gli sforzi immaginabili per cancellarne le tracce. I testimoni scomodi vengono eliminati, le cave in cui sono stati buttati i morti vengono riempite di terra, appianate, in molti casi ricoperte di vegetazione, dotate con cura di cespugli e alberi per far sparire le fosse comuni. Le fosse vengono nascoste, confuse con l’ambiente. Questa è un’arte che notoriamente si impara in guerra […] Spesso ci vogliono addirittura abilità da giardiniere. Quali alberi e quali arbusti si prestano meglio a essere piantati sulle fosse dei morti, quali crescono abbastanza rapidamente per coprire in fretta eventuali tracce traditrici? Naturalmente, se possibile, devono essere piante locali, tipiche del posto, perché sarebbero proprio piante di altro tipo ad attirare l’attenzione sul luogo…

Di paesaggi contaminati l’Europa è piena. In gran parte è stata “contaminata” nel XX secolo, con cadaveri di  rom, ebrei ma anche partigiani o anticomunisti.E l’Autore ce ne fornisce una sorta di inventario. O mappa se preferite, per un eventuale itinerario dell’orrore e della memoria.

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Il racconto degli eccidi lascia sgomenti: per i numeri, per la crudeltà, per l’indifferenza e la rimozione di chi fu testimone e preferì fingere che nulla fosse accaduto. Colpisce che a scriverlo sia il figlio di un SS, colpevole lui stesso di cacce, arresti e uccisioni: un eroe per i suoi famigliari, soprattutto per la nonna di Martin che era, per così dire, l’ideologa della famiglia. Che idea si è fatta Martin di tutto ciò, di come sia potuto accadere?

Erano persone normali, non erano malati psichiatrici. Se così fosse stato la medicina avrebbe potuto mettere fine a tutto ciò. In Austria l’Olocausto iniziò quando gli ebrei furono costretti a lavare i marciapiedi con le mani. Ho trovato fotografie che lo testimoniano e le persone che li osservano sono persone ben vestite, dall’aspetto normale, perbene. Sono semplicemente in piedi ad osservare l’inizio della Shoah. Non la banalità del male, ma la sua semplicità.

La rottura con la famiglia è stata inevitabile. Erano fermamente convinti della superiorità della Germania. Cercare la verità, senza abbellimenti, è stata la sua “mission” se così si può defirnirla per toccare il fondo e andare avanti, perché non si ripetano gli stessi errori. Soprattutto ora, di fronte ad un mondo così strettamente connesso, anche grazie all’immigrazione.

E’ un libro che va letto, e i nomi dei luoghi, alcuni noti come Babi Jar

altri improbabili come  Peremyshlyany Rohatyn Berditschew snocciolati come grani di un rosario visto che dei morti non si possono recitare i nomi.

 

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A San Lorenzo butterò questo mio cuore tra le stelle…

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La notte di San Lorenzo è quella che più mi ricorda mio padre. Lorenzo, tra i suoi nomi, era quello che per lui mi piaceva di più. Ci sono parole che vanno dette. E spesso non si trovano.  O non si riesce a dirle.  Avevo giurato a me stessa che avrei trovato un giorno per dirle. Il giorno io l’ho trovato il 7 di agosto di un anno fa. Gli scrissi una lettera che Cartaresistente pubblicò. E che oggi ripropongo qui.

Era da tanto che non ti chiamavo papà. Da quando non ci sei più lo faccio tutte le sere prima di addormentarmi. È ancora tristissimo pensarti: sento la tua mano nella mia. Penso se abbiamo fatto tutto, tutto quanto possibile per non lasciarti andare.
Che poi era da tanto che te ne eri andato, da molto prima di farlo fisicamente. Forse da sempre, per quanto mi ricordi. C’era sempre qualcosa di sfuggente nel tuo sguardo, qualcosa oltre noi che tu vedevi, pensavi. Non si può neppure dire che fossimo un ostacolo per i tuoi occhi.
Ci sono le foto di me bambina a mostrarmi il tuo lato tenero. Perché, come è cambiato? Forse è cambiato con il mio cambiamento: non ero più la bimba da lanciare in aria, da tenere sulle gambe mentre le insegni una filastrocca. Ero un’adolescente da capire, da rassicurare. Ci voleva tempo, pazienza. Ci volevano gesti, parole che non hai mai imparato. E che io aspettavo. E ho aspettato sino alla fine. Solo la malattia ti ha reso docile, arrendevole. Allora si c’è stato spazio per la tenerezza. Tenerezza che non hai fatto mancare ai tuoi nipoti che riuscivano a sorridere di quello che feriva noi. Sorriso che mi induce una tua foto scattata al matrimonio della tua figlia venuta meglio. Sorrido perché ormai, per te, io sarò sempre quella venuta peggio. Anche se ho rimediato agli errori commessi, se ho superato i dolori. Perché ho un compagno così diverso da te.

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Il gelato italiano: la storia in un romanzo

Insieme alla pasta e alla pizza il gelato è uno degli alimenti italiani più apprezzato al mondo. Lo sa bene chi viaggia fuori da nostro Paese. Nato in Italia nel XVII secolo venne da prima esportato  Parigi, al Café Procope  ,il primo cafè di Parigi e il più antico d’Europa. Il primo propietario, un armeno, lo cedette all’italiano Francesco Procopio dei Coltelli, originario di Acitrezza, a cui si deve l’invezione del sorbetto, diventato poi gelato. francesco-procopio-dei-coltelli-personaggioNel suo Menu il Café aveva acque gelate (granite),  gelati di frutta, fiori d’anice, fiori di cannella, frangipane, gelato al succo di limone, gelato al succo d’arancio, sorbetto di fragola, in base a una patente reale con cuiLuigi XVI aveva dato a Procopio l’esclusiva di quei dolci. Diventò il più famoso luogo di ritrovo francese, frequentato da personaggi famosi, artisti e intellettuali.

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Sempre alla Sicilia, a Catania, si deve a diffusione del gelato su scala “industriale” , per quanto possibile,  nel XVIII secolo e a Torino la produzione di massa del XIX secolo, grazie alla  Gelati Pepino 1884, attiva ancora oggi, fondata da Domenico Pepino di origini napoletane, inventore del Pinguino, il primo gelato su stecco  ricoperto di cioccolato.

 

Ma la scuola che si è distinta ne tempo nella fabbricazione ed esportazione della cultura italiano del gelato  è quella veneta, della Valle del Cadore, favorita dalla produzione di materie prime (latte, panna, uova, frutta) e dalla necessità di emigrare.

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La sua storia è il tema del nuovo romanzo di  Ernest van der Kwast, scrittore olandese di origine indiana. In Italia è conosciuto per Mama Tandoori e L’ombelico di Giovanna, pubblicati da ISBN. Ha vissuto a Bolzano e nella Valle del Cadore ha ambientato il suo nuovo romanzo De IJsmakers (I gelatai)  tradotto in Inglese, Tedesco, Cinese e Coreano.

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E’ la storia della famiglia Talamini, gelatai italiani  che  durante l’estate vive e lavora a Rotterdam,e come tanti altri connazionali torna in Italia durante l’inverno. Si dissocia dalla tradizione familiare Giovanni, che decide di fare lo scrittore provocando la rottura dei rapporti con il fratello Luca. Sarà Giuseppe a chiedere di riprendere la loro relazione per ragioni molto personali e che avranno  a che fare con il futuro dell’attività familiare. Tanti sono gli ingredienti che hanno reso accattivante questa che è in fondo una storia triste, nonostante l’Autore scelga toni leggeri per raccontarla: amore, legami familiari,  tradizioni, ambizioni e malinconia sapientemente amalgamati come solo un esperto gelataio saprebbe fare. E mi dispiace che a scriverla non sia stato uno di noi.

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Il Colophon, la rivista dei miei mondi

Scrivo da qualche tempo per  Il Colophon, una rivista letteraria on line edita da Antonio Tombolini   . Il curriculum di Antonio tratteggia il profilo di una persona originale. Come originale è lei, la rivista. Com’è andata che ho iniziato a scrivere per Il Colophon? in maniera impulsiva da parte mia: ho lanciato la richiesta al direttore   Michele Marziani , che è tra i pochi autori italiani che leggo, e lui mi ha detto va bene. Pensavo di saper scrivere? no, onestamente, ma mi interessavano i temi proposti e su quei temi avevo la mia da dire. La prima volta è stata faticosa, non bastavano le mie esperienze personali. Andavano supportate da riferimenti letterari. Ma avendo  grazie a Dio viaggiato e letto molto, ho potuto superare le difficoltà. Non mi definirei mai scrittrice, come pur fotografando molto e spesso anche bene, non mi definisco fotografa. Mi manca tutto il background e la trafila fatta di delusioni e bocciature prima ancora di successi che caratterizza la vita degli artisti. Scrivo soprattutto per svuotare la testa e il cuore dalle mille cose viste e vissute, dalle migliaia di pensieri che si affollano in me. E fare ordine.
Oggi è uscito il nuovo numero de Il Colophon. Il tema è   Quelle piccole cose di pessimo gusto Il mio articolo si intitola Tenerezza e grandeur di un mondo in ciabatte. Tra le righe si parla di ordine e disordine conseguente al crollo dell’Unione Sovietica. Io che sono persona ordinata in questo parteggio per il disordine  che a mio avviso è solo apparente e a modo suo creativo.

Come sollecita a fare il mio direttore,  diffondo il verbo e provo a concupire le masse. Leggete quindi il mio articolo Tenerezza e grandeur di un mondo in ciabatte e anche quelli dei miei colleghi, loro sì veri scrittori. Nei loro articoli rilevo una preparazione che non è la mia. Diciamo che, del gruppo, mi considero quella che abbassa il livello per arrivare alle fasce meno preparate di lettori. Meno cerebrale, più sentimentale. Però pare funzioni.

Di Michele Marziani avevo parlato qui Una bicicletta, l’amico ritrovato e una promessa di felicità

e questi sono gli altri miei articoli apparsi su Il Colophon

Sri Lanka, l’isola dove arriva il suono delle campane del paradiso

New York l’invisibile e i sogni

The Trip to Echo Spring. On Writers and Drinking

Meglio 100 giorni da pecora che uno da leone

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Theresa May: a woman, her shoes

Non è il personaggio di un  romanzo di Barbara Pym  anche se è figlia di un vicario, ama cucinare e beve Earl Grey . E’ una donna ambiziosa e volitiva, competente e in grado di guidare il Regno Unito. Nel più recente passato i tabloid si sono occupati di lei soprattutto per le scarpe che ha indossato, soprattutto nelle occasioni ufficiali.  Theresa dimostra di avere sense of humor ed è fuori discussione che le sarà di una qualche utilità nel momento storico che si appresta ad affrontare. Le sue scarpe sono comunque indizio di potere, e  fanno parte del suo linguaggio politico, incurante della campagna promossa dalla  Fawcett Society per riportare l’attenzione sulla politica al femminile piuttosto che su il guardaroba delle politiche: #viewsnotshoes.

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La Tatcher indossava le perle, lei porta scarpe maculate. Quando le chiesero a cosa non avrebbe mai rinunciato su un’isola deserta rispose “ad un abbonamento a Vogue”. Il suo peccato di gola? una ciotola di patatite croccanti. Tutto questo è piuttosto insolito per gli standard della classe politica inglese, ma a Theresa evidentemente non piace essere omologata a quella femminile predominante, e soprattutto è ovvio rifiuta di piegarsi alla logica che vuole le donne in politica sobrie per essere prese sul serio.

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Stivali alti sino alle ginocchia, “wellies” di gomma dorati, ballerine o décollété leopardate che sono diventate il suo “trademark”, mocassini chiodati, francesine con tacco brillante, ballerine con labbra stampate: sono solo alcuni dei modelli esibiti da Theresa in occasioni ufficiali.

La verità è che quando Margaret Tatcher venne eletta nessuno insistette troppo sul fatto che fosse donna. Dovette affrontare molto più sessismo alla sua morte quando venne bollata come “strega”.

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Nel caso di Theresa invece, e delle altre candidate, si è parlato del “ritorno di una donna al n. 10”. “Here come the girls” ha titolato un tabloid.

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Libri da spiaggia

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Christopher Weyant è  un vignettista del New Yorker. I suoi lavori sono pubblicati in tutto il mondo su giornali e  riviste . Sue opere fanno parte della collezione permanente del Whitney Museum of American Art e della Morgan Library & Museum di New York.

 

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