A San Lorenzo butterò questo mio cuore tra le stelle…

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La notte di San Lorenzo è quella che più mi ricorda mio padre. Lorenzo, tra i suoi nomi, era quello che per lui mi piaceva di più. Ci sono parole che vanno dette. E spesso non si trovano.  O non si riesce a dirle.  Avevo giurato a me stessa che avrei trovato un giorno per dirle. Il giorno io l’ho trovato il 7 di agosto di un anno fa. Gli scrissi una lettera che Cartaresistente pubblicò. E che oggi ripropongo qui.

Era da tanto che non ti chiamavo papà. Da quando non ci sei più lo faccio tutte le sere prima di addormentarmi. È ancora tristissimo pensarti: sento la tua mano nella mia. Penso se abbiamo fatto tutto, tutto quanto possibile per non lasciarti andare.
Che poi era da tanto che te ne eri andato, da molto prima di farlo fisicamente. Forse da sempre, per quanto mi ricordi. C’era sempre qualcosa di sfuggente nel tuo sguardo, qualcosa oltre noi che tu vedevi, pensavi. Non si può neppure dire che fossimo un ostacolo per i tuoi occhi.
Ci sono le foto di me bambina a mostrarmi il tuo lato tenero. Perché, come è cambiato? Forse è cambiato con il mio cambiamento: non ero più la bimba da lanciare in aria, da tenere sulle gambe mentre le insegni una filastrocca. Ero un’adolescente da capire, da rassicurare. Ci voleva tempo, pazienza. Ci volevano gesti, parole che non hai mai imparato. E che io aspettavo. E ho aspettato sino alla fine. Solo la malattia ti ha reso docile, arrendevole. Allora si c’è stato spazio per la tenerezza. Tenerezza che non hai fatto mancare ai tuoi nipoti che riuscivano a sorridere di quello che feriva noi. Sorriso che mi induce una tua foto scattata al matrimonio della tua figlia venuta meglio. Sorrido perché ormai, per te, io sarò sempre quella venuta peggio. Anche se ho rimediato agli errori commessi, se ho superato i dolori. Perché ho un compagno così diverso da te.

Lettera aperta

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Il gelato italiano: la storia in un romanzo

Insieme alla pasta e alla pizza il gelato è uno degli alimenti italiani più apprezzato al mondo. Lo sa bene chi viaggia fuori da nostro Paese. Nato in Italia nel XVII secolo venne da prima esportato  Parigi, al Café Procope  ,il primo cafè di Parigi e il più antico d’Europa. Il primo propietario, un armeno, lo cedette all’italiano Francesco Procopio dei Coltelli, originario di Acitrezza, a cui si deve l’invezione del sorbetto, diventato poi gelato. francesco-procopio-dei-coltelli-personaggioNel suo Menu il Café aveva acque gelate (granite),  gelati di frutta, fiori d’anice, fiori di cannella, frangipane, gelato al succo di limone, gelato al succo d’arancio, sorbetto di fragola, in base a una patente reale con cuiLuigi XVI aveva dato a Procopio l’esclusiva di quei dolci. Diventò il più famoso luogo di ritrovo francese, frequentato da personaggi famosi, artisti e intellettuali.

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Sempre alla Sicilia, a Catania, si deve a diffusione del gelato su scala “industriale” , per quanto possibile,  nel XVIII secolo e a Torino la produzione di massa del XIX secolo, grazie alla  Gelati Pepino 1884, attiva ancora oggi, fondata da Domenico Pepino di origini napoletane, inventore del Pinguino, il primo gelato su stecco  ricoperto di cioccolato.

 

Ma la scuola che si è distinta ne tempo nella fabbricazione ed esportazione della cultura italiano del gelato  è quella veneta, della Valle del Cadore, favorita dalla produzione di materie prime (latte, panna, uova, frutta) e dalla necessità di emigrare.

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La sua storia è il tema del nuovo romanzo di  Ernest van der Kwast, scrittore olandese di origine indiana. In Italia è conosciuto per Mama Tandoori e L’ombelico di Giovanna, pubblicati da ISBN. Ha vissuto a Bolzano e nella Valle del Cadore ha ambientato il suo nuovo romanzo De IJsmakers (I gelatai)  tradotto in Inglese, Tedesco, Cinese e Coreano.

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E’ la storia della famiglia Talamini, gelatai italiani  che  durante l’estate vive e lavora a Rotterdam,e come tanti altri connazionali torna in Italia durante l’inverno. Si dissocia dalla tradizione familiare Giovanni, che decide di fare lo scrittore provocando la rottura dei rapporti con il fratello Luca. Sarà Giuseppe a chiedere di riprendere la loro relazione per ragioni molto personali e che avranno  a che fare con il futuro dell’attività familiare. Tanti sono gli ingredienti che hanno reso accattivante questa che è in fondo una storia triste, nonostante l’Autore scelga toni leggeri per raccontarla: amore, legami familiari,  tradizioni, ambizioni e malinconia sapientemente amalgamati come solo un esperto gelataio saprebbe fare. E mi dispiace che a scriverla non sia stato uno di noi.

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Il Colophon, la rivista dei miei mondi

Scrivo da qualche tempo per  Il Colophon, una rivista letteraria on line edita da Antonio Tombolini   . Il curriculum di Antonio tratteggia il profilo di una persona originale. Come originale è lei, la rivista. Com’è andata che ho iniziato a scrivere per Il Colophon? in maniera impulsiva da parte mia: ho lanciato la richiesta al direttore   Michele Marziani , che è tra i pochi autori italiani che leggo, e lui mi ha detto va bene. Pensavo di saper scrivere? no, onestamente, ma mi interessavano i temi proposti e su quei temi avevo la mia da dire. La prima volta è stata faticosa, non bastavano le mie esperienze personali. Andavano supportate da riferimenti letterari. Ma avendo  grazie a Dio viaggiato e letto molto, ho potuto superare le difficoltà. Non mi definirei mai scrittrice, come pur fotografando molto e spesso anche bene, non mi definisco fotografa. Mi manca tutto il background e la trafila fatta di delusioni e bocciature prima ancora di successi che caratterizza la vita degli artisti. Scrivo soprattutto per svuotare la testa e il cuore dalle mille cose viste e vissute, dalle migliaia di pensieri che si affollano in me. E fare ordine.
Oggi è uscito il nuovo numero de Il Colophon. Il tema è   Quelle piccole cose di pessimo gusto Il mio articolo si intitola Tenerezza e grandeur di un mondo in ciabatte. Tra le righe si parla di ordine e disordine conseguente al crollo dell’Unione Sovietica. Io che sono persona ordinata in questo parteggio per il disordine  che a mio avviso è solo apparente e a modo suo creativo.

Come sollecita a fare il mio direttore,  diffondo il verbo e provo a concupire le masse. Leggete quindi il mio articolo Tenerezza e grandeur di un mondo in ciabatte e anche quelli dei miei colleghi, loro sì veri scrittori. Nei loro articoli rilevo una preparazione che non è la mia. Diciamo che, del gruppo, mi considero quella che abbassa il livello per arrivare alle fasce meno preparate di lettori. Meno cerebrale, più sentimentale. Però pare funzioni.

Di Michele Marziani avevo parlato qui Una bicicletta, l’amico ritrovato e una promessa di felicità

e questi sono gli altri miei articoli apparsi su Il Colophon

Sri Lanka, l’isola dove arriva il suono delle campane del paradiso

New York l’invisibile e i sogni

The Trip to Echo Spring. On Writers and Drinking

Meglio 100 giorni da pecora che uno da leone

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Theresa May: a woman, her shoes

Non è il personaggio di un  romanzo di Barbara Pym  anche se è figlia di un vicario, ama cucinare e beve Earl Grey . E’ una donna ambiziosa e volitiva, competente e in grado di guidare il Regno Unito. Nel più recente passato i tabloid si sono occupati di lei soprattutto per le scarpe che ha indossato, soprattutto nelle occasioni ufficiali.  Theresa dimostra di avere sense of humor ed è fuori discussione che le sarà di una qualche utilità nel momento storico che si appresta ad affrontare. Le sue scarpe sono comunque indizio di potere, e  fanno parte del suo linguaggio politico, incurante della campagna promossa dalla  Fawcett Society per riportare l’attenzione sulla politica al femminile piuttosto che su il guardaroba delle politiche: #viewsnotshoes.

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La Tatcher indossava le perle, lei porta scarpe maculate. Quando le chiesero a cosa non avrebbe mai rinunciato su un’isola deserta rispose “ad un abbonamento a Vogue”. Il suo peccato di gola? una ciotola di patatite croccanti. Tutto questo è piuttosto insolito per gli standard della classe politica inglese, ma a Theresa evidentemente non piace essere omologata a quella femminile predominante, e soprattutto è ovvio rifiuta di piegarsi alla logica che vuole le donne in politica sobrie per essere prese sul serio.

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Stivali alti sino alle ginocchia, “wellies” di gomma dorati, ballerine o décollété leopardate che sono diventate il suo “trademark”, mocassini chiodati, francesine con tacco brillante, ballerine con labbra stampate: sono solo alcuni dei modelli esibiti da Theresa in occasioni ufficiali.

La verità è che quando Margaret Tatcher venne eletta nessuno insistette troppo sul fatto che fosse donna. Dovette affrontare molto più sessismo alla sua morte quando venne bollata come “strega”.

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Nel caso di Theresa invece, e delle altre candidate, si è parlato del “ritorno di una donna al n. 10”. “Here come the girls” ha titolato un tabloid.

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Libri da spiaggia

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Christopher Weyant è  un vignettista del New Yorker. I suoi lavori sono pubblicati in tutto il mondo su giornali e  riviste . Sue opere fanno parte della collezione permanente del Whitney Museum of American Art e della Morgan Library & Museum di New York.

 

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Shusha/Shushi, Nagorno Karabakh. Città del trionfo e del dolore.

Nel  XIX secolo Shusha/Shushi era una delle più grandi città del Caucaso, la più grande dopo Tiblisi, più grande e prosperosa di Baku e Jerevan.  Posta al centro di una rete di strade percorse da carovane, aveva 10 caravanserragli. Vi si trovavano più di 20 tipografie, vi venivano stampati 5 giornali, aveva 5 chiese, 3 moschee. Dal 1865 divenne un centro importante per la drammaturgia del Caucaso e nel 1891 vi si costruì un teatro Armeno. A Shusha nacque , nel 1854, Najaf bey Vazirov, giornalista e commediografo e Khurshudbanu Natavan, poetessa nota con il nome di Perla tra la gente perché discendente nipote di Ibrahimkhalil Khan. E sono solo due dei tanti intellettuali nati in quella città .

Culla della musica e della poesia, era chiamata la Parigi del Caucaso.

 

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Cafè a Shusha

Era molto conosciuta per il commercio della seta, prodotta grazie ai famosi gelsi del Nagorno Karabakh che compaiono anche nello stemma della Repubblica e dai cui frutti si ricava un’ottima vodka ;  per la tessitura dei tappeti dal pelo denso caratteristica delle razze ovine locali e dai colori sgargianti che  ne simboleggiano la rigogliosa natura e che ornavano le grandi sale  degli enormi edifici in pietra che costeggiavano le sue strade lastricate.

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Megerian Carpets

I viaggiatori dell’epoca la descrivevano con ammirazione. Vasily Vereschchagin ne descrisse la bellezza in Le Tour du Mond e Louis Figuier la riprodusse  in alcuni suoi disegni.

Fondata nel 1750, faceva parte del Kanhato del Karabakh e la popolazione era in prevalenza Azera. Nel XIX secolo, è diventata come il resto della regione parte dell’impero russo. E’ considerata dagli Armeni il simbolo della loro rivincita non solo per la riconquista del territorio a danno dell’Azerbaijan ma anche come rivalsa verso il genocidio del 1915- ad opera dei Turchi. Fu distrutta per ben 3 volte nel xx secolo: nel 1905 da entrambi, nel 1920 dagli Azeri  e la popolazione Armena per la maggior parte morì o fu esiliata con quello che divenne il “pogrom di Shushi”. La scrittrice Georgiana  Anaida Bestavashvili  lo ha paragonato al disastro di Pompei.

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Rovine della parte Armena di Shushi dopo il Pogrom del marzo del 1920

Fu distrutta nel  1992 dagli Armeni durante la guerrta del Nagorno Karabakh e ora vi abitano all’incirca 4000 persone, per lo più profughi provenienti dall’Azerbaijan.

Camminare oggi , durante una tregua nella ripresa dei combattimenti, lungo le strade di quello che fu il quartiere Azero fa pensare a quanto scritto da Osip Mandelstam,   che la visitò nel 1930, nel suo Viaggio in Armenia criticato fortemente dalla Pravda:

silenzio terrificante e 40.000 finestre morte.

 

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Shusha / Shushi

Dalle case distrutte emergono segni di passate presenze amorevoli. Sorprende come gli anziani e giovani famiglie spesso numerose riescano a vivere con dignità e apparente serenità in tale desolazione.

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Ho visto battere il cuore alle pietre.
Ho visto tremando immensi monoliti alti nel cielo
spezzarsi in pianto in veglia struggente
giorno e notte al tripode del ricordo.
E tra spazio e spazio di monoliti
cariche le spalle di compassione
ho visto spiare tenero di cieli e di nubi
su occhi umidi di pianto e corone di fiori,
carezza e fierezza di un popolo resistente.

Gregorio di Narek

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Il matrimonio e l’eleganza cattolica…Primavera anni ’50

“Ormai vogliono sposarsi solo i gay”. La frase lapidaria l’ha pronunciata la madre di una mia amica. Constatazione? rassegnazione? a voi il punto di vista. Di vero c’è che  mentre diminuisce il numero dei matrimoni, soprattutto religiosi, aumenta il business intorno alla cerimonia. Federconsumatori come ogni anno ha monitorato i costi dei matrimoni in Italia, rilevando che “nel 2015 un matrimonio tradizionale (circa 100 invitati) poteva costare da 35.624 a 59.809 Euro”. Pare che sul totale delle spese un impatto pesante l’abbia la sposa: per abito, scarpe, lingerie, acconciatura, make up ed altri trattamenti estetici una sposa nel 2015 in Italia poteva spendere da 3.935 a 8.425 Euro. Il tutto naturalmente riferito a matrimoni di lusso, influenzati in anni più recenti dai reality che hanno incrementato wedding planner, damigelle e via così, tutto quel genere di cose che se mal gestito trasforma il matrimonio in un’enorme pacchianeria.

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E la sostanza? rimane soffocata da tulle, pizzi e torte a 5 piani. Dimenticavo…viaggi di nozze da favola a carico degli invitati o degli amici. Che ne è dei sobri ma robusti matrimoni anni ’50? ne rimangono tracce negli album di famiglia.

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E negli archivi della Turris Eburnea, associazione nata a Torino negli anni ’40 per volontà di Don Michele Peyron, giovanissimo viceparroco con laurea in giurisprudenza, (fratello del Sindaco Amedeo Peyron) chiamato a dare consigli a giovani coppie in difficoltà. Individua nella donna il punto debole e forte allturriso stesso tempo, quella che ha più bisogno di essere illuminata.

“anche se ti sembra di essere caduta nel fango e di non valere più niente, sappi che sei preziosa agli occhi di Dio e che è sempre possibile rialzarsi e ricominciare!”

Ispirato da un dicorso di Pio XII, sceglie la litania dedicata alla Madonna, simbolo di fortezza e di purezza, come nome per l’Associazione a cui dà vita.

Per avvicinare giovani, soprattutto quelli tradizionalmente esclusi da certi ambienti, organizza iniziative insolite per i tempi, incontri di massa o di piccoli gruppi, in teatri, piazze, parchi. Include la moda e l’eleganza nei linguaggi che utilizza per avvicinare le ragazze. Nascono così le “Giornate della Serenità” a Torino innanzitutto e poi in altre città italiane e nel loro ambito si organizzano vere e prorie sfilate di moda, finanziate da donazioni spesso anonime, fatte di collezioni estive ed invernali, di 30-35 modelli ciascune, fatte per promuovere ” l’eleganza cattolica”.

nel suo abbigliamento ogni donna ha  un silenzioso ma potente linguaggio, può parlare all’anima o ai sensi di chi l’osserva

Nel 1950 si fecero 38 sfilate. Tra queste una si fece ad Ovada il 26 marzo.  Nel 1951 ad Ovada, le femmine, tra i 14 ai 34 anni, erano 1440.

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Non esistono tracce negli archivi locali o nei giornali dell’epoca di questo evento che a giudicare dalle foto, che ho avuto dall’Associazione, ebbe un notevole successo. Era una domenica pomeriggio, una bellissima giornata di tiepido sole primaverile, lo si deduce dalla luce che filtra tra le case di via Cairoli ma furono moltissime e moltissimi quelli che decisero di trascorrerla tra le mura del Cinema Torrielli.

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Il programma della giornata non è leggibile, la sua preparazione sarà stata preceduta, come di prassi, da viaggi esplorativi , incontri con il comitato locale, lo studio degli orari, il reperimento degli alberghi e dei ristoranti che spesso venivano messi a disposizione gratuitamente dalla comunità locale, corrispondenza, telefonate, ecc… A carico dell’Associazione spese di trasferimento, le attrezzature tecniche.

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In quei giorni si proietta, e non sarà stato un caso, Sposarsi è facile ma…, commedia degli equivoci dal finale scontato, che ha come interpreti , tra gli altri, Van Johnson, Lucille Ball ed Esther Williams. Il titolo pare alludere alle difficoltà di una scelta che soprattutto in quegli anni, finita la guerra con tutto il suo carico di dolore e di rinunce, aveva comunque in sè una promessa di felicità. Anche solo di serenità, ci si accontentava. Si faceva ancora fatica, tanta, ma si intravedeva un futuro migliore.

Avevano ripreso le pubblicazioni i settimanali scandalistici che dedicavano spazio a famiglie reali, divi e dive del cinema, cantanti, omicidi passionali: tutto contribuiva ad arricchire l’immaginario collettivo, soprattutto femminile. Nel 1950 si sposa, per la prima volta, Liz Taylor. Il cinema americano si affermava con musical e commedie rosa. Smessi i cappotti rivoltati dal taglio sempre troppo maschile, le donne avevano voglia di sperimentare nuovi canoni di bellezza e provavano ad imitare le attrici più popolari.

 

Mi piacerebbe che qualcuna delle ragazze, fotografate sorridenti davanti al Torrielli, si riconoscesse. Se fosse viva avrebbe più o meno l’età di mia madre. Mi piacerebbe avesse voglia di raccontarmi, se la ricorda, quella Giornata. E se ha vissuto nel matrimonio come nella Torre d’Avorio che gli era stata promessa, visti i tempi,  davanti a Dio.

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Dire nel cinquanta sembra ieri. Se dici mezzo secolo ti senti perso e ti casca il mondo addosso. La parola secolo non ci appartiene, è della storia, non della vita. E’ una parola da Garibaldi.- Anni cinquanta passati in fretta, Mario Canepa

Di matrimoni ho già parlato qui

Ovada, giugno 1947. Un viaggio di nozze esotico

Maggio francese

The Billion Dollar Ladies

Cenerentola: in Azerbaijan la favola sembra ancora più vera

Unioni civili: chi le spiega ai bambini?

Sorelle: ogni riferimento è puramente casuale

 

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God Save the Queen, le nostre leggi e i minatori gallesi

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Sabato 25 giugno si è svolta a Villa Gavotti ad Albisola Superiore, la festa per il 90° compleanno della Regina Elisabetta, organizzata dal Consolato Generale di Milano e dal Consolato Onorario di Genova.


La Villa è bellissima, merita la visita. Bellissime le sale dedicate alle stagioni, con stucchi in rilievo. Anche il giardino all’italiana, diviso da due sinuose scalinate ornate da grandi vasi e statue. Il buffet sobrio ed elegante, con un tavolo dedicato all’afternoon tea.

Perchè  lo si è festeggiato a giugno e non ad aprile? Perchè Il compleanno dei Re inglesi viene da circa 3 secoli celebrato nel mese di giugno a prescindere dalla data di nascita, per ovviare al cattivo tempo che caratterizza i paesi nordici e che impedirebbe le grandi adunate di popolo adorante.
Quest’anno il caso ha voluto che coincidesse anche con il giorno seguente all’esito del referendum sulla Brexit. Se ne è parlato? ovviamente no. Oggetto della festa era la Regina e la longevità del suo regno per il quale si è anche pregato.  Non c’era bisogno di aggiungere altro. Non è mancato l’inno ovviamente, God Save the Queen. E lì più di un invitato un pensierino ce l’ha fatto, essendo la Regina simbolo dell’unità e della continuità nazionale.

Ci ha pensato Lei a fare un commento qualche giorno fa : “I’m still alive”.Che poi unità ora come ora pare una parola grossa, considerando che la Scozia, visto il risultato del referendum, invoca la separazione dal Regno Unito. Che poi gli Scozzesi quando venne loro chiesto di esprimersi in proposito, votarono per rimanere uniti al resto del Paese. Solo Glasgow si dichiarò favorevole alla scissione, come era prevedibile, visto la piega che nel frattempo aveva preso la città e che in quell’ottica aveva cambiato anche la  sua campagna di promozione No Tartan but People: that’s Glasgow!

Insomma, la situazione è confusa. Chi può fare previsioni per il futuro? Io non me la sento di sottoscrivere le dichiarazioni degli opinionisti, economisti, insomma tutti quei fenomeni che in questi giorni hanno sputato sentenze una dietro l’altra. Quello che è evidente è l’enorma frattura tra  quelle categorie e l’opinione pubblica, sulla  sua manipolazione e conseguente superficialità che hanno portato all’Unione Europea. Ha prevalso il politically correct e l’esclusione di gran parte dei cittadini dal dibattito e dalla ricadute positive.  Per quanto riguarda il futuro? Nemmeno l’oracolo di Delfi azzarderebbe un pronostico… Per quello che mi riguarda mi limito a ricordare gli anni in cui studiai a Cambridge, fine anni ’70, e le famiglie affittavano la TV durante i  finesettimana, il riscaldamento funzionava a monetine e le casalinghe fecero una serrata per costringere i macellai ad abbassare il prezzo della carne. Non ricordo che nulla di analogo sia mai accaduto in Italia, soprattutto in quegli anni e quindi rispetto il voto popolare, di quella parte dell’elettorato che raramente ha possibilità di farsi ascoltare: vecchi, contadini e minatori come li ha definiti con un certo disprezzo un invitato al Royal Party, italiano peraltro, perché gli Inglesi erano ammutoliti non si sa se per lo choc o per il fairplay. E che con molto fairplay ci hanno invitato ad uscire al termine del ricevimento, come dimostra la foto che ho scelto per aprire il mio post.

E a proposito di minatori gallesi… ho visto ieri Pride, film del 2014 diretto da Matthew Warchus, tratto da una storia vera e ambientato all’epoca della rivolta contro il governo della “lady di ferro” Margaret Thatcher.

Ne consiglio la visione e scelgo, per concludere, questa frase, forse un po’ infantile ma che al momento esprime il mio stato d’animo, tra quelle che mi sono piaciute di più, sperando che anche un solo minatore gallese mi legga:

“Quando fai una  battaglia con  un nemico tanto più forte,  tanto più grande di te, scoprire di avere un amico di cui non conoscevi l’esistenza  è la più bella sensazione del mondo!”

Come andrà a finire? Lo scopriremo solo vivendo…

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Sri Lanka. 30 anni dopo…

Dovendo scrivere di un’isola non ho avuto dubbi. Non che ami solo lei, di isola. Amo la Sardegna. Amo la Gran Bretagna, isole dell’isola comprese. Ma forse perché penso che non la rivedrò, trovo ogni pretesto per  rinnovarne i ricordi. Che sono diventati un articolo sull’ultimo numero de  Il Colophon, dedicato alle isole Sri Lanka, l’isola dove arriva il suono delle fontane del paradiso

Di Ceylon o Sri Lanka avevo già parlato qui In the Jungle

 

 

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Brexit: Elena Ferrante scrive alla Gran Bretagna

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Si avvicina il referendum sull’Europa. Draghi si dice disposto a tutto e un referendum indetto dal Guardian indica che il 52% dei cittadini  inglesi è favorevole all’uscita dall’Europa. Lo stesso The Guardian ha chiesto a diversi intellettuali europei di scrivere una lettera alla Gran Bretagna in cui manifestare la propria opinione in proposito. Tra loro c’è anche l’italiana Elena Ferrante che la pensa così:

Cara Gran Bretagna, non ho molta simpatia per l’attuale Unione Europea. I suoi piani superiori sono elegantemente arredati, con ampi saloni per feste e banchetti; ci sono grandi negozi molto ben riforniti, camere con vista panoramica, dove vengono discussi ed elaborati piani edilizi per quelli che vivno ai piani inferiori, servizi di sicurezza che progettano sistemi d’allarme e porte blindate per impedire l’ingresso di quanti si vogliano accampare nell’ingressoo almeno in cantina. E’ una brutta Europa questa. Dietro la sua facciata salvaguarda gli interessi dei paesi più forti economicamente e militarmente. Eppure, nonostante le norme e i regolamenti, non ha mai smesso di pensare che – quando non c’è più nulla da guadagnare – è meglio mandare all’aria l’Unione e utilizzare i metodi arroganti delle vecchie nazioni orgogliose.

E’ questa un’opinione del tutto insensata. Da tempo i vari pezzi dell’Europa hanno perso la loro autonomia e centralità. Le più importanti crisi economiche non posso essere risolte rimanendo ciascuno nel proprio “brodo”. Le migrazioni non si controllano con il semaforo o con il filo spinato.Il terrorismo non è un videogioco a cui si gioca stando seduti nel proprio salotto. Le trasformazioni del clima e le loro conseguenze non le si affronta aprendo un ombrello. Il detto “pochi ma felici” non basta più, neppure per se stessi: ci si deve confrontare con i tanti infelici.

E così, mentre l’Unione ha unito poco o nulla, è necessario a questo punto, secondo me, rimanere uniti a tutti i costi. Ciò di cui abbiamo bisogno ora non sono più piccoli paesi ma un continente. In mezzo a conflitti e scontri, a dispetto dei fatti,  dobbiamo cercare di andare verso una comunità che, invece di elaborare gli elenchi di obiettivi diventi  attivamente politica e metta fine alle innumerevoli e innumerevoli  disuguaglianze. Negli scrigni dei suoi Stati sovrani, l’Europa ha molti tipi di veleni, ma anche splendidi gioielli. E ‘il momento di buttare via i primi e di tirare fuori i secondi in preparazione della festa per quelli come noi, appassionati del pensiero e dell’azione comune. Non abbiamo bisogno di radici comuni ora: ci trasformano in piante, splendide ma legate alla terra, ma nel mondo di oggi tutto è sempre più mobile , e si trasforma in continuazione. Una vasta, la vera identità deve aprirsi a tutte le identità e assorbire il meglio di loro. Il tempo è breve. Molti tipi di disagio e di povertà si stanno diffondendo, le strade sono sempre sporche di sangue, le peggiori intenzioni alimentano i peggiori tipi di politica. Stare insieme non è più un’opzione ma un obbligo e una necessità urgente. Donne e  uomini della Gran Bretagna, per favore, rimaniamo uniti, e insieme cambiamo l’Europa.

Si può non essere d’accordo? ovviamente no. Personalmente trovo la prima parte più realistica, la seconda utopica e anche un po’ retorica. Ovvio che da qualche parte si deve pur partire per cambiarla st’Europa, o almeno l’idea. Cambiare cioè l’immagine di chi la governa e che sembra, ed è, estraneo a quanto sta accadendo al resto dei suoi  cittadini: alieni provenienti da altri mondi.

Partendo da un pretesto farlocco e da un particolare solo apparentemente insignificante la mia opinione in proposito l’ho espressa qui quasi un anno e mezzo fa Non ho un tailleur, non l’ho mai avuto: sono una donna che non conta. Legge!

 

 

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